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Intervista Giacomo Papasidero - mental coach come diventare felici

L’ emozione non ha voce, diceva una famosa canzone di Mina e Celentano, e mi manca un po il respiro se ci sei c’é troppa luce. La voce sommersa delle nostre emozioni si nasconde amplificando le nostre percezioni. Diamo per scontato che la realtà, che noi vediamo sia la realtà assoluta. Non consideriamo le diverse percezioni, le diverse esperienze e credenze individuali. Persone diverse vivono lo stesso evento in maniera completamente differente.
Infatti esistono diverse realtà di uno stesso episodio,  perché ogni persona pone la propria attenzione agli stimoli che più gli aggradano. Non esiste una realtà uguale per tutti, perché facciamo confusione tra realtà percepita e fisica, pensando sia la stessa cosa.
La prima é soggettiva mentre la seconda no.
Le persone si sentono costruttori della propria realtà, ma sottovalutano i significati dei dati sensoriali ed i pensieri che portano alla creazione dell’emozione. Viviamo in un mondo che censura emozioni, idee e parole.
Siamo istruiti a sopprimere le emozioni perché non possono essere controllate. Quindi meglio metterle da parte, coprirle e tacerle, fino quando non ci ritroviamo travolti dalla montagna di emozioni sepolte.  Ma siamo sicuri che l’emozioni non posseggano la loro voce? Che non possano essere gestite? Forse non parlano la nostra lingua, ma sicuramente sono in grado di esprimersi.Quante volte avete avvertito un dolore fisico senza aver nulla che lo giustificasse? Ecco quella sensazione,  quel dolore é il linguaggio della nostra mente incoscia, che esprime l’emozione sepolta sul nostro corpo. Ne parliamo meglio con Giacomo Papasidero, Mental Coach esperto di felicitá e autore del sito diventarefelici.it

Il nome del tuo sito “Diventare Felici” mi fa pensare, che le persone possano essere artefici delle proprie emozioni. Fino a qualche tempo fa, pensavo che le emozioni non potessero essere gestite razionalmente.

Qualche consiglio su come gestire le emozioni facilmente?

Per poter gestire qualcosa, prima di tutto devo capirla.
Se noi continuiamo a credere che le nostre emozioni dipendano dai comportamenti degli altri, dai problemi che abbiamo o semplicemente dalle situazioni che affrontiamo, allora “gestire le emozioni” si tradurrà nel tentativo (spesso fallimentare!) di gestire tutto ciò che ci circonda: cose, situazioni e persone. E più ci concentriamo su qualcosa che sfugge al nostro controllo, più emozioni negative (ansia su tutte) proveremo.
La prima cosa da capire è che l’emozione dipende da come giudichiamo e valutiamo ogni cosa. Tutto ciò che io ritengo negativo, sbagliato, ingiusto, dannoso per me, produrrà sempre un’emozione negativa.
Se vogliamo gestire le nostre emozioni (non reprimerle!), per prima cosa devo capire cosa sto pensando, come giudico quello che vivo. E intervenire su questo pensiero.
Ad esempio chiedendomi se è vero quel che penso. Se è reale o magari mi sbaglio.
Cercando di capire le motivazioni di quel che gli altri fanno (perché questa persona fa così? Cosa la spinge a dire o agire in un certo modo? Che interessa ha?).
Chiedendomi: cosa posso fare? Ovvero spostare l’attenzione dal problema o dal comportamento che non ci piace, e pensando a come viverlo in modo positivo, cercando soluzioni, focalizzando la nostra attenzione su quel che possiamo fare per migliorare o gestire positivamente (al meglio delle nostre capacità) quello che sta accadendo.
L’emozione non dipende da cosa succede, ma da cosa pensiamo: se iniziamo a dare spazio a soluzioni, comprensione, osserviamo con attenzione cosa succede e cerchiamo di fare del nostro meglio, avremo iniziato a gestire in modo costruttivo le nostre emozioni.
E ovviamente sarà difficile all’inizio, ma è anche questione di allenamento.


Nel tuo libro indipendenza emotiva, mostri diversi esempi ed esercizi per recuperare e gestire meglio le emozioni. Un Aspetto che mi ha molto colpito del tuo libro é quella legata al dolore.
Come mai le persone nutrono tutto questo attaccamento morboso verso il proprio dolore?

Forse è la sicurezza.
Mi capita spesso di notare che il dolore, la sofferenza, diventa spesso identità. Il “mio” dolore, per quanto mi sia anche fastidioso, rappresenta però una certezza, un punto fermo, qualcosa che conosco e mi rende ciò che sono.
Ovviamente noi non siamo il nostro dolore, ma siamo educati a cercare qualcosa in cui identificarci per sentirci sicuri.
Inoltre il dolore diventa anche abitudine e spesso preferiamo tenerci un malessere a cui ci abituiamo (ci si abitua a tutto, davvero!) che non fare sforzi nel cercare di cambiare.
Migliorarsi e diventare felici richiede impegno, pazienza, costanza, e all’inizio del cammino, come in ogni cosa nuova, è difficile e faticoso.
A volte preferiamo un “comodo” malessere a un benessere che richiede fatica.
E poi credo conti anche la cultura in cui viviamo, che giustifica molto la sofferenza, la debolezza. Oggi essere umani non significa superare i nostri limiti e essere migliori, ma tenerci questi limiti e vantarci della nostra debolezza, quasi fosse la prova di essere “normali”.
Quasi che stare male sia una rassicurazione: “sto male, sono normale!”.
E poi serve a farci sentire accolti e aiutati. Il nostro malessere diventa così un modo per avere attenzioni e cure dagli altri o anche un mezzo per manipolare le persone vicine con i sensi di colpa e ottenere quel che vogliamo, quello che desideriamo da loro.
Tutte trappole, perché essere felici è molto meglio di qualsiasi “guadagno” possa procurarci il nostro dolore, ma bisogna capirlo, e spesso non è facile staccarsi da abitudini e convinzioni che sono per di più condivise da moltissime persone intorno a noi.

Quali sono i segnali che indicano un’assenza di  comunicazione la mente razionale e la mente emotiva?

Secondo me non ci sono due menti distinte e separate.
Il problema è non comprendere che ogni cosa si muove nella nostra mente è pensiero. Le emozioni nascono dai pensieri, i ricordi (il nostro passato quindi) sono “solo” pensieri, ogni decisione o sensazione passa attraverso un pensiero.
Quindi non c’è separazione.
Il punto è comprendere come nasce l’emozione (dipende da quel che penso) e saper osservare in modo consapevole la realtà, capire, cercare soluzioni ai problemi.
Non è quindi mancanza di comunicazione, ma di consapevolezza.
Il vero lavoro è riuscire, come dicevi tu nell’introduzione, a capire che la realtà non è esattamente come noi la percepiamo, e imparare a capire che ogni nostra emozione dipende dal nostro punto di vista e non da quello che accade, sforzandoci, per quanto possibile, di riuscire a vedere la realtà senza tutti i filtri presenti nella nostra mente. E non che questo sia un male: la mente ha bisogno di filtri, schemi, regole, l’importante è saper riconoscere dove finiscono loro e inizia la realtà oggettiva.
Difficile, perché noi siamo “soggettivi” è tutto è percepito attraverso un nostro punto di vista, ma è la direzione in cui allenarci per armonizzare emozioni, pensieri e azioni.


Come educare i bambini ad esprimere le proprie emozioni senza vergognarsi ?

Con il nostro esempio.
I fatti contano più delle parole.
Se sminuisco l’emozione che prova, se critico amici o persone per via delle loro emozioni, mando un messaggio chiaro, così come se io sono il primo a vergognarmi delle mie emozioni.
Quando parlo con dei genitori dico loro di non nascondere le lacrime, il nervosismo o la delusione. Ma di spiegare ai figli cosa accade, come loro stanno vivendo qualche situazione generando quell’emozione. Facendo capire che non ci sono emozioni cattive, che si può piangere di gioia e commozione, come di tristezza. Non c’è nulla di male.
Ma è fondamentale capire, spiegare ai bambini che le loro emozioni dipendono da cosa pensano e che sono loro che posso decidere di trasformare la tristezza in serenità o allegria. Insegnarlo con l’esempio è la cosa più importante, dando un valore a ogni emozione.
Se imparo a rispettare le mie, poi saprò fare altrettanto con quelle degli altri.

Tutti siamo alla ricerca della felicità ma spesso non viviamo il presente in modo corretto. Siamo reclusi in un passato che ci fa male e cerchiamo un futuro perfetto.
Perché non ci concentriamo nel stare bene oggi, invece di rincorrere la felicità futura?

Forse perché pensiamo che domani saremo sempre più felici di oggi. E che forse ieri era meglio :D
Il punto è che scambiamo soddisfazione e felicità.
Sono soddisfatto quando ottengo quello che voglio. Dura però poco e in breve comincerò a desiderare qualcos’altro, poi altro ancora perché la soddisfazione diventa un modo di vivere la nostra vita e vaghiamo da un obiettivo all’altro sperando che il prossimo traguardo sia quello “buono”, quello cioè in cui trovare una felicità profonda e stabile. Il guaio è che ragionando per soddisfazioni, non impariamo a essere felici.
La soddisfazione dura poco, la felicità è costante. La soddisfazione dipende da qualcosa che ottengo o ricevo, la felicità da me.
La felicità non bada a cosa ho o mi manca: non sono felice per un motivo esterno o un risultato, sono felice per come vivo. Che abbia problemi o meno, che sia povero o ricco. Siamo circondati da persone che “hanno tutto” e sono infelici. ma non ci basta a capire che la felicità dipende da come viviamo e noi viviamo oggi.
Non conta cosa accadeva ieri, non ha importanza cosa succederà tra 20 minuti. Se vivo con pienezza, entusiasmo, gioia, se metto amore ed energia in ogni cosa che faccio, sto bene.
La felicità è uno stato in cui affronto la vita, una condizione di pace da cui vivo ogni situazione. Inclusi i problemi, le difficoltà, la malattia o la morte.
Se ci rendiamo conto che dipende solo dalla nostra mente, da come viviamo tutto quanto, allora smetteremo di inseguirla in cose, persone o situazioni future, o rimpiangere quelle passate. E invece di sopravvivere aspettando “il meglio”, inizieremo a Vivere davvero scoprendo che quel meglio è sempre stato dentro di noi, sempre a nostra disposizione.

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