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Intervista Andrea Albanese comunicazione smart

Una comunicazione smart, veloce e automatica

La comunicazione si è evoluta con l’avvento di internet diventando smart, veloce e automatica. Il ritmo dell’informazione ha subito una virata, tutto si è velocizzato e le informazioni sono sempre più legate al mondo social. Editori, aziende e liberi professionisti hanno imparato ad usare i social media per rendere visibili i loro prodotti e coinvolgere i propri lettori. Il potere dei social media e delle nuove applicazioni è quello di conoscere bene gli interessi dei propri iscritti e capire come aumentare il loro coinvolgimento.
Gli utenti rimangono sempre connessi perché trovano informazioni attinenti ai propri interessi e allo stesso tempo si sentono parte di un gruppo.
Parliamone meglio con Andrea Albanese  CEO Web Marketing Manager & Social Media Marketing Day #SMMdayIT, Social Media Marketing Manager & Digital Communication Advisor, Project Manager, Community Manager e Docente. Linkedin Specialist.
Quali sono fra le tematiche affrontate quelle che suscitano più interesse ?
Quest’anno uno dei punti cardine sono sicuramente i video, strumento essenziale non solo per la divulgazione valoriale e la promozione di prodotti e/o servizi, ma anche per stimolare l’engagement e intrattenere gli utenti. Le previsioni di Facebook mettono soprattutto i live al centro, e lo vediamo nelle nostre attività quotidiane: i video in diretta ricevono attenzione ed engagement 4 volte superiori rispetto ai video pre-registrati e sono sicuramente un elemento strategico nella comunicazione e nel marketing aziendale. Ovviamente occorre essere presenti e preparati per gestire l’engagement e intervenire tempestivamente in caso di crisi.
Il secondo punto cardine sono le fake news, una vera e propria minaccia non solo per il giornalismo e l’informazione in genere, bensì anche per aziende e istituzioni: immaginatevi il danno che una fake news potrebbe provocare su titoli e aziende quotate in borsa… Spesso sui social e nel digital contro le bufale siamo disarmati, perché si diffondono con una viralità (e con evidente dolo!) straordinaria. Come ci si difende? Lavorando su trasparenza e reputazione in primis, ma anche (e questa è la strategia più importante) creando una community di ambassador e sostenitori forte abbastanza da far quadrato attorno al brand e all’azienda in caso di attacchi e diffusione di bufale. In questo i social sono fondamentali.
Quali sono le conseguenze dell’enorme quantità di informazioni che ogni giorno dobbiamo elaborare?
Dal punto di vista degli utenti c’è un calo di attenzione e una tendenza a navigare con sempre maggiore superficialità, soprattutto perché la navigazione da mobile ha superato ormai quella da desktop, con limitazioni funzionali e contenutistiche. Il ciclo dell’attenzione è sempre più breve, se un contenuto non cattura lo sguardo e fa scattare il click entro un secondo, l’utente è perso. È necessario ripensare i contenuti, piccole pillole, dare priorità ad immagini emozionali e accattivanti. Spesso gli utenti distribuiscono like a caso, senza soffermarsi, solo perché hanno visto un’immagine che ha fatto presa nel mare magnum dei contenuti. Non approfondiamo più. Per questo le bufale fanno così presa: perché vanno ad agire su pregiudizi e spesso utilizzano immagini d’impatto con scritte ‘sensazionalistiche’.
Dal punto di vista delle aziende e delle agenzie, vi è uno stress altissimo per produrre contenuti che, senza investimenti pubblicitari, avranno una vita media molto bassa: il copywriting e la creatività social sono davvero un lavoro faticoso, richiedono creatività, precisione, coerenza, conoscenza del brand e degli utenti.
Come vengono gestiti i problemi inerenti le fake news e la privacy degli utenti nell’era digitale?
Sulle fake news, è un bel problema. Oggi siamo privi di punti di riferimento. Gli utenti si fidano più di ciò che circola sui social network grazie alle actions dei loro contatti rispetto a contenuti diffusi da testate giornalistiche o fonti di informazioni ufficiali, e non cercano di approfondire e appurare la veridicità dei contenuti. Siamo nell’era del ‘l’ho letto su Facebook, quindi deve essere vero’. Vogliamo parlare di dati? Nel luglio 2016 il prestigioso Pew Research Center diffuse un’analisi sulla fruizione delle informazioni da parte degli Statunitensi, le cui statistiche confermano che un sonoro 81% degli Americani intervistati si informava, totalmente o in parte, attraverso i social network. Lo stesso istituto, in una ricerca di poco precedente, parla di un 88% dei Millennials che ‘sa cosa accade nel mondo attraverso Facebook’. E nel resto del mondo? Secondo il Digital News Report pubblicato dal Reuters Institute for the Study of Journalism (Risj) nel giugno 2016, su un campione statisticamente rilevante di 50mila persone di 26 paesi nel mondo, i social network sono una fonte di notizie su base settimanale per oltre il 50% degli intervistati. Con una situazione del genere diventa fondamentale per TUTTE le fonti di informazione, agenzie di stampa, emittenti televisive e radiofoniche, testate giornalistiche, istituzioni e organi ufficiali, imparare ad utilizzare bene i social media, non solo come nuovi canali distributivi ma come mezzi preziosi per coinvolgere gli utenti e educarli all’informazione verificata. Per quel che riguarda la privacy il discorso è ancora più complesso. Quale utente social legge le condizioni di utilizzo e l’informativa sui dati personali? Quale utente social sa che accedendo a Facebook (ad esempio) consegna ad un’azienda privata straniera non solo tutte le informazioni relative a mail, residenza, punti d’accesso, preferenze (sulla base di ogni click viene profilato per l’advertising), ma anche tutto il materiale che vi carica (in primis le fotografie)? Partiamo dal presupposto che ‘privacy’ per i social players ha un significato diverso rispetto a quello che ha, ad esempio, per il nostro Garante. Spesso gli utenti lo percepiscono solo come ‘visibilità’ dei propri contenuti. Mentre il discorso è molto, molto più complesso. A costo di sembrare noioso, anche in questo caso e soprattutto verso gli utenti più giovani la parola chiave è ‘educazione’ e ‘formazione’. Fosse per me, in tutte le scuole primarie e secondarie dovremmo fare dei corsi base di social media, spiegando anche ai ragazzi come difendersi e tutelarsi dai rischi della rete, coinvolgendo i genitori affinché anche loro ne siano consapevoli.
Come i social media influenzano il processo decisionale dei propri utenti?
Bella domanda. I social sono territori complessi, per l’adv. Immaginate che un’azienda promuova un prodotto con investimenti pubblicitari su Facebook (ad esempio) e sotto al post sponsorizzato vi sia una pioggia di critiche e commenti negativi di clienti scontenti: commenti non gestiti né monitorati perché magari l’agenzia che pianifica l’advertising non ha gestione di contenuti o engagement sulle pagine. Come credete che verrà influenzato il potere decisionale degli utenti esposti a quella campagna? Sui social media il P2P - peer to peer o person to person, è fondamentale. Ci fidiamo di più dei commenti e delle parole di altri utenti, magari sconosciuti, attraverso le recensioni sulle pagine fan di ristoranti, hotel, ma anche aziende ecc. nelle conversazioni e nei consigli condivisi in gruppi d’acquisto o gruppi d’interesse, per non parlare del peso specifico che hanno i post sui profili dei nostri contatti diretti. I social media hanno trasformato ciascuno di noi in ‘influencer’ e potenziali ambassador (o denigratori) di brand e prodotti.
Inoltre c’è l’incognita algoritmo, che cambia in continuazione, penalizzando i contenuti delle pagine rispetto ai contenuti degli utenti, che favorisce i contenuti con più interazioni (ergo, saper conversare sui social diventa fondamentale anche e soprattutto per brand e aziende) e privi di link diretti che portino il traffico fuori dalla piattaforma.
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